Stazioni della funivia San Remo – Monte Bignone
Loc. San Romolo (IM) // Loc. M. Bignone vetta (IM)
Jacopo Baccani, 2011
E’ il 1930 quando la Società Costruzione Funivie diventa Compagnia Italiana Funivie Elettriche (CIF) e si lancia subito in un grande progetto che la deve portare al primo posto in Europa: la funivia di Sanremo, il cui progetto viene approvato due anni dopo. Nel 1933 la CIF firma con il Comune il contratto di costruzione e gestione di 25 anni dopo di che gli cederà tutti gli impianti. Il Comune di per sè cede alla Ditta dei terreni a Bignone e si impegna a portarvi l’acqua: dovrà sorgere il ‘Villaggio Vetta’, dove ora vi è il fantasma di un albergo corroso dal tempo. I lavori iniziano il 25 agosto del 1933 e procedono tra disagi e incomprensioni tra Ditta e Comune, almeno in parte mitigati dall’ottimo lavoro dell’Ansaldo di Genova.
Il 28 ottobre del 1936 la funivia è inaugurata: da quota “Zero”, in realtà sopra il Mercato coperto, procede in orizzontale per alcune centinaia di metri, dopodichè sale verso la prima stazione di interscambio, presso il
Golf; da qui, aggrappandosi a numerosi piloni, si inerpica fino a San Romolo; l’ultimo tratto prima del capolinea di Monte Bignone viene coperto da un’unica, arditissima campata di 2000 metri, all’epoca la più lunga al mondo. Raggiunta la vetta, il visitatore stenta a credere che “solo” 30 minuti prima era in riva al mare: qui, a quota 1299, egli è circondato da prati in cui pascolano le mucche (non a caso un manifesto dell’epoca recitava “DAI PALMIZI ALLE PINETE”), e il suo sguardo può spaziare fin oltre il confine. Inoltre, con 38 lire, può approfittare del ristorante annesso alla stazione.
Tutto lasciava presagire l’imminente realizzazione di una rinomata località climatica, forte di una situazione logistica e di una dotazione infrastrutturale invidiabili, per la gioia dei tanti ospiti benestanti dell’estremo Ponente.
Ma l’acqua pubblica non arrivò mai. La guerra segnò la fine del turismo di lusso in Liguria, in verità già
indebolitosi negli anni Trenta. La Sanremo del boom economico, abbrutita da speculazione edilizia, motorizzazione di massa e infiltrazione mafiosa, si dimenticò gradualmente della sua funivia: puntare sulle spiagge, sul Casinò e sul nuovo Festival della Canzone era decisamente più facile. Lungi dal potenziare l’impianto esistente, il Comune, con miopia uguale, se non maggiore, a tante altre amministrazioni locali italiane, introdusse un’autolinea sostitutiva, affidandole il compito tutt’altro che banale di inerpicarsi su per la
stretta e tortuosa Via Marsaglia.
Stando così le cose, la funivia funziona sempre in perdita, anche se dalla fine del conflitto al 1961 rasporterà 1.000.000 di persone. Nel 1962 la CIF consegna l’impianto al Comune ma rimane al suo posto essendo l’unica in grado di portarlo avanti, salvo fallire un anno dopo. Il servizio è caro e scarso (5 corse al giorno e l’ultima alle 17 in estate). L’Azienda Autonoma di Turismo e Soggiorno prende in mano le redini della funivia ma senza riuscire a trarne nulla di buono. l’impianto nel 1974 è ormai già superato e ha bisogno di rinnovarsi ma anche Bignone ha bisogno di essere valorizzato: entrambi attendono agonizzanti.
Il ministero già nel 1980 imponeva la messa in sicurezza della funivia secondo le nuove norme, pena la soppressione: l’anno dopo il servizio cessava, ma le funi avrebbero continuato a penzolare dai tralicci per
molto tempo. Questo impianto decadde, da interessante infrastruttura malgestita, al rango di sterile ormentone elettorale: senza soffermarci sulle innumerevoli alternative ipotizzate (ovovia, funicolare, etc) con
chissà quanta cognizione di causa, ricordiamo che l’unico studio concreto per un recupero, magari parziale, di quest’opera, si risolse in un contenzioso fra il Comune e il tecnico incaricato, conclusosi con il licenziamento di quest’ultimo.
Se vogliamo trovare un suggello simbolico alla storia della funivia, probabilmente esso è la delibera di Giunta che, nel 1994, disponeva la rimozione delle funi. Successivamente la stazione a valle è stata restaurata e adibita ad asilo infantile, mentre quella del Golf ospita da alcuni anni una società sportiva. La funzione testimoniale è allora affidata ai diciotto tralicci disseminati lungo il tracciato e alle stazioni di San Romolo e Monte Bignone Vetta, quest’ultima solo in parte occupata da un presidio della Protezione Civile: motori, guide, ingranaggi, saggiamente sotto chiave, sono ancora tutti lì, ma soprattutto è possibile ammirare due delle originarie cabine passeggeri, ancora intatte, fatti salvi i danni dei soliti idioti, e per niente arrugginite poiché realizzate in alluminio avionico: due arzille ottantenni incuranti del naturale trascorrere del tempo e del futile chiacchiericcio di amministratori già dimenticati.
Stazione San Romolo:
http://maps.google.it/maps/myplaces?hl=it&ll=43.856761,7.72437&spn=0.001004,0.002411&vpsrc=6&ctz=-60&t=h&z=19
Stazione . M. Bignone vetta
http://maps.google.it/maps/myplaces?hl=it&ll=43.871159,7.736864&spn=0.001004,0.002411&vpsrc=6&ctz=-60&t=h&z=19
Video d’epoca
http://www.youtube.com/watch?v=z171ROVbOsE
Stazioni della funivia San Remo – Monte Bignone
Loc. San Romolo (IM) // Loc. M. Bignone vetta (IM)
Jacopo Baccani, 2011
E’ il 1930 quando la Società Costruzione Funivie diventa Compagnia Italiana Funivie Elettriche (CIF) e si lancia subito in un grande progetto che la deve portare al primo posto in Europa: la funivia di Sanremo, il cui progetto viene approvato due anni dopo. Nel 1933 la CIF firma con il Comune il contratto di costruzione e gestione di 25 anni dopo di che gli cederà tutti gli impianti. Il Comune di per sè cede alla Ditta dei terreni a Bignone e si impegna a portarvi l’acqua: dovrà sorgere il ‘Villaggio Vetta’, dove ora vi è il fantasma di un albergo corroso dal tempo. I lavori iniziano il 25 agosto del 1933 e procedono tra disagi e incomprensioni tra Ditta e Comune, almeno in parte mitigati dall’ottimo lavoro dell’Ansaldo di Genova.
Il 28 ottobre del 1936 la funivia è inaugurata: da quota “Zero”, in realtà sopra il Mercato coperto, procede in orizzontale per alcune centinaia di metri, dopodichè sale verso la prima stazione di interscambio, presso il
Golf; da qui, aggrappandosi a numerosi piloni, si inerpica fino a San Romolo; l’ultimo tratto prima del capolinea di Monte Bignone viene coperto da un’unica, arditissima campata di 2000 metri, all’epoca la più lunga al mondo. Raggiunta la vetta, il visitatore stenta a credere che “solo” 30 minuti prima era in riva al mare: qui, a quota 1299, egli è circondato da prati in cui pascolano le mucche (non a caso un manifesto dell’epoca recitava “DAI PALMIZI ALLE PINETE”), e il suo sguardo può spaziare fin oltre il confine. Inoltre, con 38 lire, può approfittare del ristorante annesso alla stazione.
Tutto lasciava presagire l’imminente realizzazione di una rinomata località climatica, forte di una situazione logistica e di una dotazione infrastrutturale invidiabili, per la gioia dei tanti ospiti benestanti dell’estremo Ponente.
Ma l’acqua pubblica non arrivò mai. La guerra segnò la fine del turismo di lusso in Liguria, in verità già
indebolitosi negli anni Trenta. La Sanremo del boom economico, abbrutita da speculazione edilizia, motorizzazione di massa e infiltrazione mafiosa, si dimenticò gradualmente della sua funivia: puntare sulle spiagge, sul Casinò e sul nuovo Festival della Canzone era decisamente più facile. Lungi dal potenziare l’impianto esistente, il Comune, con miopia uguale, se non maggiore, a tante altre amministrazioni locali italiane, introdusse un’autolinea sostitutiva, affidandole il compito tutt’altro che banale di inerpicarsi su per la
stretta e tortuosa Via Marsaglia.
Stando così le cose, la funivia funziona sempre in perdita, anche se dalla fine del conflitto al 1961 rasporterà 1.000.000 di persone. Nel 1962 la CIF consegna l’impianto al Comune ma rimane al suo posto essendo l’unica in grado di portarlo avanti, salvo fallire un anno dopo. Il servizio è caro e scarso (5 corse al giorno e l’ultima alle 17 in estate). L’Azienda Autonoma di Turismo e Soggiorno prende in mano le redini della funivia ma senza riuscire a trarne nulla di buono. l’impianto nel 1974 è ormai già superato e ha bisogno di rinnovarsi ma anche Bignone ha bisogno di essere valorizzato: entrambi attendono agonizzanti.
Il ministero già nel 1980 imponeva la messa in sicurezza della funivia secondo le nuove norme, pena la soppressione: l’anno dopo il servizio cessava, ma le funi avrebbero continuato a penzolare dai tralicci per
molto tempo. Questo impianto decadde, da interessante infrastruttura malgestita, al rango di sterile ormentone elettorale: senza soffermarci sulle innumerevoli alternative ipotizzate (ovovia, funicolare, etc) con
chissà quanta cognizione di causa, ricordiamo che l’unico studio concreto per un recupero, magari parziale, di quest’opera, si risolse in un contenzioso fra il Comune e il tecnico incaricato, conclusosi con il licenziamento di quest’ultimo.
Se vogliamo trovare un suggello simbolico alla storia della funivia, probabilmente esso è la delibera di Giunta che, nel 1994, disponeva la rimozione delle funi. Successivamente la stazione a valle è stata restaurata e adibita ad asilo infantile, mentre quella del Golf ospita da alcuni anni una società sportiva. La funzione testimoniale è allora affidata ai diciotto tralicci disseminati lungo il tracciato e alle stazioni di San Romolo e Monte Bignone Vetta, quest’ultima solo in parte occupata da un presidio della Protezione Civile: motori, guide, ingranaggi, saggiamente sotto chiave, sono ancora tutti lì, ma soprattutto è possibile ammirare due delle originarie cabine passeggeri, ancora intatte, fatti salvi i danni dei soliti idioti, e per niente arrugginite poiché realizzate in alluminio avionico: due arzille ottantenni incuranti del naturale trascorrere del tempo e del futile chiacchiericcio di amministratori già dimenticati.
Stazione San Romolo:
http://maps.google.it/maps/myplaces?hl=it&ll=43.856761,7.72437&spn=0.001004,0.002411&vpsrc=6&ctz=-60&t=h&z=19
Stazione . M. Bignone vetta
http://maps.google.it/maps/myplaces?hl=it&ll=43.871159,7.736864&spn=0.001004,0.002411&vpsrc=6&ctz=-60&t=h&z=19
Video d’epoca
http://www.youtube.com/watch?v=z171ROVbOsE
Frantoi idraulici
Apricale (IM)
Jacopo Baccani, 2011
Lungo i pendii del monte di Apricale sono visibili numerosi segni dell’intensa colonizzazione agricola dei secoli passati, perlopiù volta all’olivicoltura. Ancora oggi, sulle fasce da tempo incolte, emergono dalle sterpaglie i resti più o meno diruti di circa una dozzina di frantoi idraulici: sono opere in gran parte costruite da cooperative sociali fra la seconda metà dell’Ottocento e l’ultimo Dopoguerra: prima infatti il perdurare dei privilegi feudali sull’acqua e sugli impianti ne avrebbe impedito la diffusione.
I ruderi documentati sorgono lungo l’antica mulattiera da Apricale a Perinaldo. Come gli altri frantoi della zona essi traevano la forza motrice dall’acqua portata verso le ruote da stretti canali (i “béi”) in cui veniva deviata dal torrente centinaia di metri più a monte.
Aldilà delle murature in pietra a spacco tipiche dell’edilizia rurale tradizionale, la presenza di ruote e ingranaggi in ferro anziché in legno, l’uso di tegole marsigliesi per la copertura e, almeno in un caso, il ricorso a elementi di rinforzo in calcestruzzo armato lasciano supporre il protrarsi dell’attività di questi frantoi sino a pochi decenni fa.
Si può infine trovare una conferma della notevole operosità di questi impianti nella colorita denominazione del torrente, sotto Apricale, in cui venivano rilasciate le massicce quantità di scarti della frangitura delle
olive, dando all’acqua un colore scuro e un lezzo tremendo: quel fiumiciattolo si chiama Merdanzo.
Diga abbandonata di Ortiglieto
Rossiglione, Genova
Jacopo Baccani, 2011
Forse uno dei più clamorosi esempi di “rimozione” dalla memoria collettiva italiana. Senz’altro un pretenzioso impianto tecnologico assurto a monumento alla presunzione, alla superficialità e alla meschinità umane. E’ la diga di Ortiglieto, unica testimonianza visibile dell’omonimo invaso artificiale inaugurato nel 1925 e collassato dieci anni dopo, nei tragici fatti (non) passati alla Storia come il “disastro di Molare”: un muro d’acqua che si portò via case, bestiame, colture, strade, ponti e almeno 100 persone fra Molare e Ovada. Un “piccolo Vajont” colpevolmente taciuto dalle autorità del tempo e mai del tutto elaborato dalla memoria collettiva, che oggi più che mai torna di stridente attualità, nella flebile speranza che gli errori del passato non debbano ripetersi ancora. Per la storia puntuale della diga si rimanda al dettagliatissimo sito www.molare.net , gestito con estrema cura da Vittorio Bonaria.
Fabbricati di servizio della Stazione FS
Ventimiglia
Jacopo Baccani, 2011
La stazione ferroviaria di Ventimiglia, operativa dal 1871, venne dichiarata internazionale nel 1882, anno in cui essa fu dotata di un fabbricato passeggeri in muratura con una grande galleria in ferro e vetro a copertura dei binari: sempre a questa epoca, almeno stilisticamente, risalgono i numerosi edifici di servizio a supporto di questo scalo: varie officine, il complesso della Squadra Rialzo, un deposito locomotive a raggiera provvisto di pedana girevole.
Al Fascismo invece risalgono le due interessanti cabine di controllo e il nuovo fabbricato passeggeri, inaugurato prima nel 1943 e poi nel 1947, dopo i gravi danneggiamenti bellici.
Nel Dopoguerra la presenza delle FS sul territorio è stata percepita negli anni sempre meno come una risorsa e sempre più come un ingombro. L’aggiunta di nuovi, vastissimi spazi operativi (l’anacronistico scalo merci di Parco Roja, concepito negli anni 70 per una città di confine e inaugurato quando la frontiera non c’era più) non compensata dalla restituzione alla comunità delle numerose aree e opere dismesse (Parco Nervia, con l’appendice della Squadra Rialzo) ha portato all’attuale, assurda situazione.
Paradossalmente l’unico intervento di rilievo negli ultimi anni è stato quello più doloroso dal punto di vista storico-tecnologico: nella primavera del 2010 la pedana girevole, unico esempio superstite in Liguria, peraltro ancora perfettamente funzionante, è stata smantellata per potenziare i binari passanti.
La fornace della musica
Ex-fornace dei boschetti, La Spezia
Giorgio Gasparini
Il progetto “La Fornace della Musica” nasce in continuità con il progetto di ricerca e catalogazione del patrimonio architettonico industriale della Provincia della Spezia avviato, a partire dal 2005, dal Gruppo S.A.S. Studio Architettura Sperimentale che fa capo agli architetti Fabio Baccini e Andrea Massalongo.
Seguendo lo spirito di tale ricerca, il prgetto vuole riqualificare una delle ex-zone industriali più interessanti del panorama spezzino: le Fornaci dei Boschetti. Ridonare un’identità nuova al sito e, parallelamente, restituire questa porzione di territorio alla città della Spezia sono state le linee guida su cui si è articolato l’intero progetto che prevede la costruzione di un nuovo Centro per lo studio e la rappresentazione musicale.
Per fare ciò la nuova architettura dialoga per analogie e per contrasti con la caratteristica morfologia che circonda il sito di progetto, ponendo l’accento su uno dei temi centrali dell’architettura: la tettonica.
[abstract dalla Tesi di Laurea Specialistica in Architettura discussa il 21 Luglio 2009 presso la Facolta di Architettura di Genova]
Autoguidovia della Madonna della Guardia
Comuni di Genova e Ceranesi
Jacopo Baccani, 2011
L’Autoguidovia della Madonna della Guardia era un sistema di trasporto per passeggeri a via guidata, oggi dismesso, che collegava San Quirico di Genovaal santuario della Madonna della guardia sul monte Figogna.
Il Santuario di Nostra Signora della Guardia (Ceranesi) era meta da tempo di pellegrini e turisti in numero tale che già nella prima metà dell’ottocento si pensava alla costruzione di una ferrovia a cremagliera; l’idea fu abbandonata a causa degli alti costi di costruzione. Nel 1896 venne progettata una ferroviaa trazione elettrica che arrivò anche alla fase esecutiva tanto che nel 1900iniziarono i lavori presto abbandonati per sopravvenuti problemi tecnici ed economici. Il successivo progetto di una funivia fece naufragio a causa dello scoppio della prima guerra mondiale .
Fu così che finita la guerra, negli anni venti, l’imprenditore piacentino Carlo Corazza in segno di devozione per grazia ricevuta prese l’iniziativa di collegare il fondovalle con la vetta del Monte Figogna con un mezzo meccanico dato che già da molti decenni si era sentita la necessità di migliorare le condizioni di trasporto dei numerosi pellegrini che fin’allora raggiungevano la meta a piedi o a dorso di muli lungo i tortuosi sentieri esistenti.
Nel dicembre del 1924 nacque la Società Anonima Ferrovia Santuario della Guardia con un progetto basata su di uno nuovo sistema, definitoautoguidovia, inventato dal piacentino Alberto Laviosa che usava la trazione su gomma unendola alla guida su rotaia; il sistema con i dovuti distinguo era il precursore delle moderne tranvie su gomma a via guidata. I lavori iniziarono nel 1925 con la costruzione della prima tratta dalla frazione di Serro, nell’allora comune autonomo di San Quirico alla località Cà Bianca nel comune diCeranesi per una lunghezza di 8.861 metri con gli scambi per gli incroci siti nelle località di Riviera, Fontanassi, Gaiazza, Sareto, Panigone, Galleria e Piani.
La tratta venne inaugurata il 28 luglio 1929.
Il collegamento completo venne portato a termine qualche anno dopo, quando furono superate le resistenze dei proprietari della Masseria della Guardia, e inaugurato il 28 luglio 1934.
Durante l’Anno Santo del 1950 la guidovia fornì il suo massimo contributo trasportando un gran numero di pellegrini al Santuario del monte Figogna, mediante numerosi convogli speciali e trasportando quasi 100 persone per ciascuna motrice, con punte di 3000 persone al giorno durante i giorni festivi. La realizzazione del collegamento stradale nel 1963 e l’inizio del servizio con gli autobus nel 1964 determinarono la crisi.
I costi di esercizio sempre maggiori della guidovia e la necessità di costosi lavori di ammodernamento proprio quando diminuivano i passeggeri determinarono il 31 ottobre 1967, data di scadenza della concessione, la definitiva cessazione del servizio.
L’infrastruttura dell’autoguidovia era costituita da due cordoli in calcestruzzo, larghi 25 cm, con delle rotaie che fungevano da guide (sistema Laviosa). Leautomotrici, con motore a benzina, erano dotate di ruote in gomma piena dotate di bordino come quello delle ruote ferroviarie: le gomme, che sopportavano il peso dei veicoli, rotolavano sui cordoli in calcestruzzo posti esternamente alle rotaie; le rotaie invece, a scartamento metrico, guidavano i veicoli grazie al normale bordino ferroviario.
Giunte a termine corsa i rotabili, monodirezionali venivano girati a mano su apposite piattaforme. I convogli erano solitamente composti dalla sola motrice con 18 posti a sedere e 40 in piedi alla quale potevano essere aggiunte fino a due rimorchi che avevano 40 posti a sedere e che venivano utilizzate solo durante i periodi di grande affluenza. La velocità commerciale era di circa 15 km/h.
La linea, tutta a binario unico, raggiungeva una lunghezza complessiva di 10.594 metri, con un dislivello di 704 metri ed una pendenza media del 66,5 per mille, massima dell’83.
Nel 1938 i motori a benzina delle due automotrici vennero sostituiti con i più economici motori diesel mentre dopo la seconda guerra mondiale vennero installati i freni ad aria compressa della Westinghouse.
Oggi il tracciato della guidovia, praticamente intatto, nella parte iniziale è stato asfaltato e riutilizzato. La stazione di partenza e il deposito delle vetture non esistono come del resto non esiste più nessun fabbricato della vecchia frazione di Serro completamente cancellata dall’industrializzazione.
Dalla frazione di Sareto, nel comune di Ceranesi, fino al termine il tracciato è rimasto inalterato ed è completamente percorribile fino a poche decine di metri dalla Cappella dell’Apparizione dove era posta la stazione di arrivo. Nelle località di Panigone, Galleria e Piani, si possono ancora vedere gli scambi per gli incroci e sia le due gallerie che il tratto costituito da un ponte in cemento armato sono ancora in buono stato di conservazione.
Nel 2006 in comune di Ceranesi ha dato il via ad un progetto di riqualificazione di questo tratto con la ripulitura e la messa in sicurezza dei tratti esposti che ha trasformato il vecchio tracciato in percorso escursionistico e pista ciclabile.
Fonte: wikipedia
Ex terminal carbone “Funivie Savona – San Giuseppe”
Corso Matteotti, località Miramare - Savona
Jacopo Baccani, 2011
“La più potente ferrovia del mondo”, così titolava il 30 giugno 1912 la “Domenica del Corriere” raccontando l’inaugurazione delle funivie che dal terminal di Savona trasportano il carbone, ma anche le rinfuse, sbarcati sulle banchine del porto fino alla Valbormida, nella piana di stoccaggio di San Giuseppe di Cairo. “Tenuto conto della sua potenzialità e della sua lunghezza - scriveva la Domenica - è il più grande impianto del genere esistente sin qui al mondo, non si può non compiacersi che si tratti di una ferrovia italiana, costruita nella regione più operosa d’Italia: la Liguria”.
La funivia, lunga ben 18 chilometri, era stata progettata già nove anni prima dall’ingegner Giulio Ceretti, pioniere del trasporto su fune, mentre la realizzazione fu opera dell’impresa Carissimo & Crotti.
Originariamente, dalle navi il carbone veniva scaricato su barconi che poi accostavano al silos per essere svuotati da una gru su carro-ponte. L’imperfezione di questo sistema fu superata con la successiva dotazione di un pontile di scarico munito di quattro grandi gru a benna. Entro il 1937 inoltre l’intera linea venne raddoppiata, per un totale di mille vagoncini da una tonnellata di carico ciascuno, capaci di movimentare in un giorno l’equivalente di 300 camion.
Nel 2005 l’Autorità Portuale ha deciso il trasferimento del terminal alla darsena alti fondali, unitamente alla sostituzione dell’ultimo tratto della funivia con un nastro trasportatore sotterraneo. La fine dei lavori è stata data per imminente più volte, ma a oggi (maggio 2011) se ne attende l’effettiva conclusione.
La Cava Italcementi
Camaldoli, Monte Ratti, Genova
Matteo Fontana ©
Le fotografie fanno parte di un più ampio servizio sulla Cava Italcementi dei Camaldoli, Genova.
La selezione delle 10 fotografie è stata eseguita seguendo un criterio didascalico ma anche estetico per alcune foto.
Negli ultimi anni la Cava è stata oggetto di un tentativo di messa in sicurezza, ma allo stato attuale sembra nuovamente in una situazione di totale abbandono
Savam Spa
Altare, Savona | maggio 2009 - dicembre 2010
Daniele Campi Martucci ©
Il centro vetrario in Liguria è, per antonomasia, Altare in provincia di Savona. In questo borgo, a quota 398 slm, dalla metà del XIII sec. è documentata la lavorazione del vetro sulla cui introduzione storica non esistono, però, certezze. Purtroppo la scarsità di documentazione al riguardo non chiarisce l’origine esatta dei primi vetrai altaresi che, con i veneziani, sono stati comunque gli antesignani della nobile arte in Italia. È invece documentato che i primi insediamenti di fornaci da vetro in Altare risalgono al XIII secolo.
La prima colonia di vetrai attestatasi sul territorio fu pertanto di origine franco-fiamminga, visti i caratteri somatici dei loro discendenti, le desinenze, le inflessioni dialettali e le differenti abitudini dalle popolazioni limitrofe, ma soprattutto i metodi di lavoro. In quest’ambito si manifesta l’influenza della terra di origine, dove ancora sopravvivono i nomi della famiglie che si ritiene abbiano fondato la colonia: Biancardi (Blanchard), Bordoni (Bourdon), Bormioli (Borniol), Brondi (Breaund), Buzzone (Bousson), Racchetti (Raquette), Saroldi (Saraud), Varaldi (Varauld). Da queste famiglie riunite nasce la Corporazione chiamata “Università del Vetro” favorita dai Marchesi del Monferrato. Il diritto di appartenenza alla Corporazione spettava solo ai figli maschi di queste famiglie, ad essi veniva concesso il titolo di gentiluomo ed esenzioni da tributi e gabelle.
Dopo due secoli di attività, nel 1495 le vetrerie avevano assunto una tale importanza nell’equilibrio economico altarese, da richiedere una specifica legislazione locale che regolasse i rapporti all’interno dell’Universitas Vitrea. Tale legislazione fu codificata nei “Primi Statuti dell’Arte Vitrea”. Gli originali sono conservati presso la Biblioteca Civica di Savona e nell’Archivio di Stato di Torino.
L’attività dell’Università del Vetro proseguì, alternando periodi prosperi, ad altri critici e travagliati. Per effetto di lotte politiche, guerre e concorrenza, nel 1602 i vetrai si trovarono in condizioni quasi disperate, tanto che il Duca Carlo I di Mantova propose loro una migrazione di massa a Ceresa, facendosi carico di allettanti indennizzi, tuttavia prevalse l’attaccamento al paese. Grave fu anche il periodo della peste, negli anni 1630-31 si contarono ben 206 decessi.
Il Consolato era la prima e quasi unica autorità del paese di Altare, facendosi carico di tutte le spese della comunità come è documentato dai registri delle spese di cui riportiamo uno stralcio: “Salario ai Consoli, ai Sindaci, al Podestà, ai Cancellieri, al Medico, al Chirurgo, al Maestro di Scuola, ai due Messi, al Seppellitore, al Conservatore dell’orologio, ai Massari della Chiesa; affitto di casa per lo Speziale, per quella dell’Arciprete; spese fatte per le strade, per le pedanche, per l’Ospedale; restauro al Campanile, fabbrica della Sacrestia, del Coro; acquisto dell’Orologio, di candelieri, di cera, di parati; spesa fatta per la venuta del Vescovo di Noli, per il viaggio dei Consoli a Casale ad ossequiare S.E. il Marchese ecc ecc e nel 1791 per contribuzione pagata al generale degli Alemanni da lui imposta al paese.” Questo stato di cose non era gradito ad una classe emergente di cittadini formata da piccoli imprenditori, commercianti, proprietari, che nel frattempo si era evoluta. Il malcontento sfociò in lotte che durarono più di trent’anni. Nulla valse il tentativo di metter pace effettuato dal Conte Ghigliossi, inviato dal Re di Sardegna Vittorio Amedeo III ( Altare era passata sotto il governo dei Savoia) .
Il 26 Giugno 1823, per porre fine ai contrasti tra monsù e paesani, con il Manifesto Reale venne decretato lo scioglimento dell’Università.
I vetrai rimasti in balia di se stessi subirono l’umiliazione di dover lavorare nelle poche fornaci rimaste in condizioni di grave sfruttamento. Quando trenta anni dopo arrivò ad Altare il dott. Giuseppe Cesio di Calice Ligure, mazziniano e filantropo e vide le condizioni in cui versavano i vetrai, pensò di aiutarli, trovando un terreno già preparato e fertile: dopo lunghe riunioni, osteggiate dai padroni delle fornaci altaresi, la notte di Natale del 1856 nacque la Società Artistico Vetraria Anonima Cooperativa della quale facevano parte 84 artisti vetrai, con un capitale sociale di lire 8.256. La produzione cominciò nel marzo del 1857 nella fornace che l’Avv. Pietro Lodi, il più illuminato dei padroni altaresi, cedette alla Cooperativa rendendo possibile il decollo della SAV.
Fu questo il primo esempio di Cooperativa in Italia, nonché uno dei primi in Europa.
L’Avv. Pietro Lodi divenne il primo tesoriere della Società Artistico Vetraria e in una lettera ai suoi figli così narrava la fondazione della Società: “La sera stessa in cui si doveva, nella vicina Parrocchia, celebrarsi a mezzanotte il mistero dell’umana redenzione, in quello stesso momento firmavasi nelle sale di vostro zio l’atto della redenzione dell’Arte Vitrea, e non saprei descrivere l’entusiasmo e le espansioni di quel momento. Tutti mi volevano, mi stringevano la mano e mi abbracciavano chiamandomi il loro liberatore, il loro benefattore, il loro padre. Non si poteva ideare cosa più bella. La Provvidenza farà il resto.”
La Società disponeva allora del modesto capitale di 14.600 lire insufficiente ad affrontare tutti gli impegni. Di valido aiuto fu Luigi Grenni, socio capace e appassionato, ma soprattutto disinteressato, che divenne il primo Direttore della Vetreria. Altro aiuto venne da Francesco Sbarbaro di Savona che fornì a credito ferramenta, refrattari, rottame di vetro ed altro. Nel primo anno di attività si produssero manufatti per 104.000 lire. I prodotti più significativi figuravano in una esposizione industriale a Savona e furono premiati con medaglia di rame.
Altare cominciava a godere di un cero benessere e gli artieri, fiduciosi nella loro istituzione, si assoggettavano ai sacrifici pecuniari necessari al progresso della stessa. Ma il Governo credette di trovare in questa Associazione qualcosa in contrasto con le Istituzioni nazionali e pertanto l’Intendenza Politica di Savona ordinò una inchiesta per appurare il carattere di questa associazione.
Dopo quattro mesi di paure, pesava sulla Società la minaccia di scioglimento. Grazie all’intervento della Camera di Commercio e di persone influenti, alle quali si era fatto ricorso, la minaccia fu sventata e si “tollerò” che gli artisti vetrai di Altare si mantenessero in Società per la fabbricazione dei vetri.
La Società era diretta da un Consiglio di Amministrazione, eletto dall’Assemblea dei Soci, che nominava un suo Presidente. Fra i Consiglieri venivano scelti due membri che con il Presidente, due Vice Presidenti ed il Segretario costituivano il Comitato Esecutivo, organismo più snello che provvedeva alle cose urgenti riferendo poi al Consiglio.
I Soci, nella veste di lavoratori, venivano rappresentati presso la Direzione dell’azienda, nella Commissione del Lavoro che si riuniva ogni venerdì, ed era composta dal Presidente del Consiglio, da un Vice Presidente, dal Direttore tecnico, da un rappresentante dell’Ufficio Commerciale e da due Commissari che curavano gli interessi diretti degli artieri vetrai. In queste sedute veniva distribuito il lavoro nelle “piazze” a seconda dell’abilità e dell’anzianità dei maestri. La stesura scritta veniva chiamata “Spartito” e vi si stabilivano i “cottimi” e gli articoli da eseguire nella settimana successiva. Si discutevano, inoltre, i reclami dei vetrai, che per motivi indipendenti dalla loro volontà, non potevano raggiungere i livelli massimi di produzione, si giudicava sulle insorgenti controversie tra i lavoratori per quanto concerneva il posto nelle “piazze”, come già accennato, tenendo conto dell’abilità e dell’anzianità.
La Società Artistico Vetraria nei suoi 122 anni di vita è stata fonte di lavoro per generazioni di altaresi, facendo di Altare il primo paese industrializzato della Valle Bormida. In essa si svolsero le lavorazioni più eterogenee e per questo i maestri vetrai ricevevano una istruzione professionale naturale e completa tanto da essere richiesti e apprezzati nelle vetrerie italiane ed estere.
Dopo la seconda Guerra Mondiale fu trasformata in industria meccanizzata rinunciando lentamente alle lavorazioni artigianali e per questo perse il suo capitale umano, che non fu integrato da quello finanziario, necessario al buon funzionamento di una Azienda che per reperire fondi poteva offrire in garanzia solo i 18 milioni di capitale sociale ed un immobile obsoleto.
Nell’ultimo periodo della sua travagliata esistenza furono pensate tutte le soluzioni per giungere ad un radicale rinnovamento, compreso il trasferimento in Isola Grande, oggi zona industriale, sempre impediti dalla mancanza di adeguati finanziamenti.
Si è sciolta il 28 aprile 1978. Nessuno ha voluto salvare questa storica istituzione che tanto ha fatto per diffondere l’arte del vetro.
La nuova Società si costituiva il 26 ottobre dello stesso anno con la denominazione SAVAM SpA e faceva capo all’industriale Angelo Masserini da Abbiategrasso che si aggiudicava dal Tribunale di Savona, tramite asta, la fallita Società Artistico-Vetraria pur offrendo 7 milioni in meno della Co.Vetro ma fornendo maggiori garanzie sui livelli occupazionali. L’attività della nuova vetreria iniziava il 27 dicembre con l’accensione del forno “S.Rocco” capace di fornire giornalmente 240 ql di vetro giallo e di occupare circa ottanta lavoratori.Questa prima fase preludeva ad una graduale intensificazione dell’attività lavorativa dello stabilimento che, nel volgere di pochi mesi, portava gli impianti alla piena efficienza occupando altri cento lavoratori. Infatti il 31/5/1979 veniva acceso il secondo forno denominato “Oscar” che alimentava quattro linee di macchine automatiche per la produzione giornaliera di 500 ql di articoli casalinghi ed industriali in vetro bianco.Il 10/7/1982 entrava in funzione il nuovo forno “S.Rocco” dotato di una vasca da 20 mq capace di fornire 450 ql di vetro lavorabile al giorno. Il nuovo impianto rientrava nell’opera di ristrutturazione dell’Azienda che prevedeva una spesa totale di circa tre miliardi di lire comprensiva del rifacimento del forno Oscar, e il conseguente incremento occupazionale di 40 lavoratori.Con il trascorrere degli anni i vetusti impianti della fabbrica - risalenti alle fine dell’Ottocento - non erano più consoni all’evolversi delle nuove tecnologie per cui la Società decideva la costruzione di un nuovo stabilimento in località Isola Grande, abbandonando il complesso di via Cesio. Lo spegnimento dei due forni causava apprensioni per l’occupazione a tal punto che il Consiglio Comunale di Altare, nella sua seduta del 30/10/1991 decideva d’intervenire presso la direzione dell’Azienda al fine di ottenere garanzie sulla consistenza della futura attività e sul mantenimento dei livelli occupazionali compromessi dal ricorso alla cassa integrazione per circa cento dipendenti. Il Consiglio si impegnava a caldeggiare presso la Regione Liguria la richiesta di contributo avanzata dalla SAVAM a fronte del trasferimento della vetreria dal centro storico alla zona industriale. Il primo atto del nuovo insediamento avveniva il giorno 11 novembre 1991 con l’accensione di un forno - il “S.Martino” - che sarebbe poi regolarmente entrato in produzione il 25 novembre. Tuttavia la situazione economica, e la non avvenuta corresponsione di contributi (pare promessi e non concessi), si faceva sempre più grave e trovò i primi riscontri il giorno 11/6/1992 quando la Società veniva posta in amministrazione controllata e, quindi, dichiarata fallita dal Tribunale di Savona il 23/12/1992. Il provvedimento destava ovviamente serie preoccupazioni per la già precaria economia locale, in quanto la vetreria occupava ancora 223 lavoratori dei 245 in forza nel 1988 quando produceva circa 700 ql di vetro al giorno.
Attualmente l’area, dopo alcuni di anni di completo abbandono è stata interamente bonificata, la struttura che ospitava gli uffici e che si affacciava su via XXV Aprile è stata abbattuta a causa di un grave dissesto statico, entrambi i forni San Rocco ed Oscar sono stati smantellati: l’area ospiterà un albergo, diversi appartamenti, un parcheggio, esercizi commerciali e un centro benessere dotato di sauna e piscina.
Centrale solare a concentrazione puntuale “Giovanni Francia”
Sant’Ilario, Genova | 2011
Jacopo Baccani ©
Il prof. Giovanni Francia (Torino, 1911 – Genova, 1980), matematico, inventore, ingegnere, grande pioniere del solare e, noto a livello mondiale, come il “padre” delle centrali solari termoelettriche.
L’idea centrale di Francia era che il calore solare, abbondante ma a bassa densità e a bassa temperatura, dovesse essere raccolto in modo da ottenere le temperature necessarie per far funzionare macchine ed impianti delle società tecnologicamente e industrialmente avanzate, a cominciare da quelli per la produzione di energia elettrica.
Per raggiungere questo obiettivo Francia ricorse alle tecniche note da secoli della concentrazione con specchi della radiazione solare su un ricevitore o caldaia. Dimostrò per la prima volta al mondo che era possibile produrre con il calore del sole vapore ad alte pressioni e ad alte temperature in sistemi a concentrazione lineare e puntuale di tipo Fresnel, vale a dire con campi di specchi quasi piani che possono essere immaginati come risultanti dal “frazionamento” di un grande specchio parabolico lineare o di un grande specchio parabolico sferico: a parità della superficie degli specchi che captano la radiazione solare, un campo a concentrazione lineare fresnel occupa una superficie di terreno di circa la metà di quella richiesta da un impianto con dei grandi paraboloidi. Quest’ultimi devono essere opportunamente distanziati l’uno dall’altro per evitare il reciproco ombreggiamento. I “campi specchi” vengono indicati di tipo “fresnel” in quanto ricordano il procedimento che condusse il fisico Augustin-Jean Fresnel ad inventare la lente che porta il suo nome, ottenuta “frazionando” una lente sferica in una serie di sezioni anulari concentriche, chiamate anelli di “fresnel”.
Banco di prova delle tesi di Francia fu, dopo una prima installazione a Marsiglia del 1964, l’impianto da lui realizzato sulla collina di Sant’Ilario, non distante da casa sua, a partire dal 1965.Alla prima centrale (121 eliostati, 30 m2) ne seguirono altre tre rispettivamente negli anni 1966 (121 eliostati, 52 m2), 1967 (271 eliostati, 265 m2) e 1972 (217 eliostati, 135 m2), nelle quali egli sperimentò di volta in volta i vari componenti della caldaia e del campo specchi.
La competività economica di un impianto era per Francia un fattore chiave nella progettazione. Per questo impianto costruito a S. Ilario adottò nella progettazione un processo inverso a quello tradizionale. Si chiese quanto dovesse costare l’impianto per essere competitivo e cosa offrisse l’industria per quei costi per realizzare un campo specchi, la parte più costosa. Trovò la brillante e geniale soluzione di un unico cinematismo per un’intera fila di specchi, quindi fabbricabile in serie, che, con un unico movimento, orienta ogni specchio, appositamente predisposto, sulla caldaia. Lo stesso sistema fresnel, impiegando specchi pressocchè piatti, abbatteva i costi, altrimenti proibitivi in caso di utilizzo di lenti paraboliche.
Sempre a Sant’Ilario, alla fine degli anni settanta Francia, al fine di ampliare le possibilità di applicazione degli impianti solari a concentrazione, progettò la prima caldaia solare a gas, utilizzando come fluido di lavoro aria.
Questo tipo di caldaia, non avendo bisogno di essere raffreddata con acqua, avrebbe consentito di installare gli impianti solari a concentrazione nelle zone dove l’insolazione è massima, ma che sono anche quelle desertiche, quindi con poca disponibilità di acqua. Avrebbe inoltre consentito di avere tante piccole unità di produzione elettrica distribuite, connesse ad un’unica rete.
La prima caldaia solare a gas, della potenza di 50 kW, fu installata nell’agosto 1979 e sottoposta a 190 ore di prove. L’8 settembre 1979 raggiunse la temperatura di 670 °C con una intensità della radiazione solare di 650 W/m2. Nelle prove successive furono raggiunti gli 880 °C.
Il lavoro svolto da Francia a S. Ilario restò ancora oggetto di qualche interesse dell’industria anche dopo la sua morte. Per esempio l’Ansaldo e l’ENEA presso il centro della Casaccia costruirono nel 1982 un impianto a torre di 800 kW, che tuttavia non fu mai praticamente utilizzato e fu smantellato qualche anno dopo.
La conclusione delle prove di Eurelios, il grande impianto sperimentale di Adrano (CT) nel 1984 fecero infine cadere il silenzio sullo straordinario lavoro di Giovanni Francia, almeno in Italia. La stessa centrale di Sant’Ilario cadde nel più totale abbandono, comprovato dall’odierno stato di rudere riscontrabile da chiunque vi passi accanto.
In altri paesi, invece, le attività di ricerca sono proseguite e nel mondo sono in esercizio o in costruzione oggi vari impianti a concentrazione solare a torre ed è del 2007 la notizia della costruzione di grandi centrali solari a concentrazione lineare fresnel.
L’eredità di Giovanni Francia nel campo degli impianti solari a concentrazione, quindi, anche se dimenticata in Italia, sembra viva e riemergere con forza a ormai più di quaranta anni dalle sue pionieristiche imprese condotte a Marsiglia e a S. Ilario.
Canto dell'Acciaieria
Canto dell’Acciaieria
Cornigliano, Genova | ….
Claudio Castellini ©
Ex Miralanza
Bolzaneto, Genova | 2008
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Cornigliano-Condannati a Morte
Cornigliano, Genova | 2008
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